metto i vestitini a pois sulla punta dell’iceberg | il resto è nudo | e non ha sesso

a me piaceva Carmen Sandiego la domenica mattina
sono andata a trovare la nonna, e l’ho fatta ridere
ero vestita da Carmen
sei tutta matta ha detto il dito sulla fronte
e però bella hanno detto gli occhi in alto
skiock di baci skiock skiock
di nuovo ride, e la risata suona
nel resto muto
la risata e gli skiock
skiock di baci skiock skiock skiock

mi piaceva Carmen Sandiego la domenica mattina ma anche di più la nonna dina
era piena di vita, occhi azzurri e vispi
e la faccia da marachella che spesso mi viene detto di avere
quando si è ammalata era al mare
poi nove mesi l’hanno tenuta muta e ferma a letto
estate autunno inverno primavera

mi piaceva anche il nonno, certo
ma non si può non dire che aveva un caratteraccio
io ero la sua lumachina, ma la nonna la chiamava carogna

la nonna mi passava di nascosto dalla mano alla mano dei soldini
non perché lui non volesse darmene
ma lui aveva la logica del lavoro, la logica del merito
i soldini della domenica no

lei me li dava lo stesso, solo gli occhi a dirmi che non mi dovevo far vedere dal nonno

il nonno è morto nel 2010
e la nonna da un certo punto di vista è rinata

si volevano bene, stavano bene
ma lui è morto e lei ha iniziato a uscire con le amiche
a fare le gite
gli aperitivi

era al mare quando si è ammalata
per poi stare nove mesi ferma a letto, paralizzata la parte sinistra, muta la lingua

L mi dice che mi vede un po’ naïf
per certe dinamiche che introduco nelle relazioni amorose
L trova che io non mi accorga di quanto la tematica di genere influisca sul mio pensiero e sui miei comportamenti
io le dico che mi sento una persona non una donna, che queste dinamiche derivano da me in quanto persona in relazione all’altro in quanto persona, in conseguenza ai comportamenti dell’altro in quanto persona, non in quanto uomo
lei dice che credo sia così ma non è vero, e non mi accorgo che non è vero
per colpa della tematica di genere
che si è presa i miei pensieri e li ha sostituiti con questi facendomeli credere miei
mi dà da studiare dei libri
sulle donne sul pensiero delle donne sulle lotte delle donne
io li leggo, li sto leggendo
se mi sfidi su questo campo io accetto
figuriamoci se rifiuto di leggere i libri, di colmare l’ignoranza

li leggo e i concetti che trovo sono perfettamente introiettati dentro di me, li so, li conosco, anche non avendo mai letto nulla a riguardo – qualcosa mi stona in ogni caso, e credo sia il punto da cui si guarda

non ho letto i saggi
ma ho letto sibilla aleramo ho letto anne sexton ho letto simone de beauvoir conosco i tormenti delle donne che scrivono
che vengano dagli uomini dalle donne dai figli dai genitori dal lavoro dalla vita da dentro

nella narrativa preferisco gli uomini
il surreale il grottesco
ci avrei scommesso dice L, lo vede che non legge le donne

non ho mai letto Virginia Woolf, ammetto io mentre mi allunga il libro
mi sento presa in castagna ma subito mi autogiustifico – lo faccio sempre e non devo più farlo, dice L (a me sembrava una così bella conquista, questa di accettarmi e assecondarmi! e invece) –
non sono mai nemmeno andata oltre i primi due libri della Recherche, non ho letto Hemingway né Fitzgerald, l’elenco di ciò che non ho letto visto conosciuto sarà sempre per sempre più lungo di quello che ho incontrato, non importa se ho letto Dostoevskij e Kafka, perché non ho letto Tolstoj e Gogol’, se l’Ulisse ma non il Finnegans, e così all’infinito, e comunque non conosco la filosofia
so così poco di filosofia
poco importa, adesso devo leggere Virginia Woolf

leggo e prima di leggere penso alle donne della mia vita
e agli uomini della mia vita
a quelle e a quelli da cui ho imparato a essere donna
per simmetria o contrapposizione, come sempre nelle cose

la vedo, l’ho vista la tematica di genere
nel sentirsi dire carogna e mandare giù
nel passarmi i soldi di nascosto
nel di lui iniziare a mangiare prima che lei si fosse messa a tavola
l’ho vista, ero piccola, cos’ero, una donna?, ero, e la vedevo, e la capivo
e capivo che era un gioco di potere
anche i miei gatti facevano lo stesso
gas mangiava prima di mea
mea stava un passo indietro e aspettava
lui le lasciava poca roba, qualche crocchetta
lei aspettava.
mea era fiera, decisa, ma aspettava
cosa voleva dire e perché lo faceva
era un gioco di potere
sì, mea aspettava perché dei due era la femmina
mea cacciava perché dei due era la femmina
ma mentre aspettava non sembrava senza potere
possiamo giurare che non si sia mangiata un topo, da sola, tutto intero, prima di portarne un altro a gas?
un altro di cui gas avrebbe mangiato la gran parte, lasciandole poco più che due pelucchi
non sapendo che lei si sarebbe saziata di un topo intero e due pelucchi, nonché della soddisfazione di averlo cacciato
mentre lui solo di tre quarti di topo?
mea aspettava. ma aveva tutta la faccia di quella che si era già assicurata un topo

l’ho vista, la tematica di genere, come la chiama L,
anche in mia madre, in alcuni litigi familiari
io mi arrabbiavo per lei
combattevo per lei le battaglie con mio padre
perché lei non si facesse dire certe cose – cose che si dicono mentre si litiga, e mio padre è figlio di mia nonna, ma comunque anche di mio nonno, quello di cui sopra –
e lei che mi diceva ma lascia perdere e se ne andava in un’altra stanza lasciandoci a discutere
e io non capivo e le liti duravano ore e alla fine avevamo colpa e torto tutti e due
il servizio due piatti in meno
io e mio padre le corde vocali stanche
e il resto del mondo restava uguale

poi c’era la nonna maria, e il nonno elio che non la mandava nemmeno ad aprire la porta, che la aiutava a stendere le tagliatelle, spazzava a terra
ma quella è anche fortuna, perché mi sa che nel mucchio c’è più robaccia, femmina o maschio che sia, che roba buona

la vedo, la tematica, lei, è femmina?, quando le persone, le donne, anche loro, le femmine, si fermano alla faccia da bimbetta e ai vestitini
io metto i vestitini a pois sulla punta dell’iceberg,
il resto è nudo
e non ha sesso

dalle mie donne, fortuna a parte, ho imparato una rivoluzione che mi pare quella più pericolosa,
quella interiore
della nonna passandomi i soldi di nascosto, di mea con la faccia di chi si è già mangiata il topo, di mia madre impermeabile a tutto
e che l’altro comandi, o creda di comandare, in questo gioco in cui non si vince niente – se non la misura di quel che è dentro
il mondo si regge sotto questa forza silenziosa

non partecipo alle manifestazioni, non l’ho deciso, non è una posizione ragionata, ma non lo faccio, non l’ho mai fatto, non mi appartiene
c’è da biasimarmi, è possibile
non sono una rivoluzionaria, forse dal momento dei piatti rotti e il mondo rimasto uguale
non per rassegnazione
ma perché il gioco delle parti mi pare interscambiabile, e il nodo per cui si combatte così sfocato
il relazionarsi è tutto un pieni e vuoti, un muoversi entro spazi di manovra
io mi faccio vuoto da riempire se l’altro è pieno e straripa,
mi faccio madre se l’altro è piccolo e ne ha bisogno, mi prendo spazio con voce e fermezza se l’altro è indeciso e me lo lascia, per poi ridarglielo, se mi va o se non mi pare giusto essermelo presa
e sono sempre io, e sono una persona, e così è l’altro, ed è uomo ed è donna, e mi sento in questo molto umana, e così è l’altro
il giusto mi pare oscillare da una parte all’altra, così umanamente e imperfettamente
e con questo sia chiaro non nego la storia, le prevaricazioni, la mancanza di diritti
i diritti che ancora non sono uguali, cosa che dovrebbe essere la base di ogni ragionamento civile,
ma ben oltre la donna e l’uomo

anche qui è il punto da cui si guarda a farmi sentire comunque e sempre qualcosa che stona e che stride
il punto è la persona, non può essere altro

non l’uomo, non la donna
tutti gli altri punti di partenza mi fanno paura
perché vedo solo una puntina di dove possono andare a finire

la mia gatta si chiama Topo, figuriamoci cosa me ne può importare degli asterisch*
non riesco, non ce la faccio
la veterinaria si rifiuta e mi dice ‘no, allora scrivo Top… ina, Topina, nello schedario metto Topina’
così Topo – che è come io chiamo le cose per cui ho affetto, come a dire, non so, Nani, Nini, quel che a ognuno viene, è Topo la gatta, è Topo Leone, il mio nipotino, che è veramente un Topo di primo livello, e la gatta lo segue in seconda fila –
così Topo nello schedario della veterinaria si chiama Topina, e non è questa la tematica di genere che dice L?

no, mi ferma L
no
prima deve leggere i libri e poi possiamo parlare, Virginia e tutto il resto
Virginia e tutto il resto
e poi?
e poi

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metto i vestitini a pois sulla punta dell’iceberg | il resto è nudo | e non ha sesso

Pietre Vive al Terracina Book Festival

Ordine e mutilazione (Pietre Vive 2016), Pareidolia (Pietre Vive 2016) Nulla sanno le parole (Pietre Vive 2017), La nostra voce non si spezza (Stilo 2018)

Elena Zuccaccia, Elvio Ceci, Daniela Gentile, Antonio Lillo

Terracina Book Festival | 31 agosto – 2 settembre 2018

Pietre Vive al Terracina Book Festival

in piano sequenza l’ultima scena

in piano sequenza l’ultima
scena
la ricostruzione delle mura
domestiche
un teatrino
(tu bevi io cado)
(tu dormi io cado)
figure archetipiche
di patetiche combinazioni
(tu bevi io dormo)
(tu dormi io dormo)
 
cosa posso offrire oltre me stessa
niente di questo corpo animale
di tua fantasia è bastato niente
nemmeno delle parole
mi stendo in un canto senza suono
il silenzio assoluto della sirena
mentre fingi di sentire il canto
l’eco nel vuoto ripete solo te
stesso

tu salvo e io tornata mostruosa
non ho più desiderio di sedurre non
ho più desiderio

qualche ultima smania
d’affetto senza parole
prima dello stacco

 
(elena zuccaccia)

in piano sequenza l’ultima scena

Ordine e mutilazione al Teatro degli Angeli

lunedì 29 gennaio 2018

al Teatro degli Angeli di Bologna per la rassegna “Si fa presto a dire poeti”, organizzata da Alessandro Dall’Olio

con Gaia Ginevra Giorgi

 

lascio la mia copia da battaglia di Ordine e mutilazione nelle ottime mani di Ginevra

e mi porto a casa i suoi versi tarkovskijani

“il rintocco delle campane

dalla cima turchese

scendeva sui nostri corpi

come una sentenza”

(da “Manovre Segrete, Interno Poesia 2017)

Ordine e mutilazione al Teatro degli Angeli

a proposito di

sono andata a vedere Corpo e anima, titolo orrendo per film molto bello (c’è da tenere però conto del fatto che l’originale ha una particella che lo rende un po’ meno banale: A teströl és a lélekröl – che pare si traduca A proposito del corpo e dell’anima)

ho pensato tutto il tempo al Macello di Ivano Ferrari

“questa folla immensa di carne cruda / apoteosi tossica dell’uomo interiore”

(che pure lungo due versi sarebbe stato un titolo ben migliore)

sono tornata a casa con la voglia di polpette

forse strano, dopo aver visto il sangue la carne squartata le ossa spezzate

una specie di istinto naturale inconscio

carne chiama carne

“Ci si confessa pestando reni di scarto / schegge d’ossa e strati di grasso. / Più liberi dopo, divoriamo / fettine di carne cruda (dei quarti più belli) / appena un po’ di sale / e tanta devozione.”

mi viene come spesso in mente Nolan e come faccia a fare film senza sangue senza carne puliti grigi finti e morti

insomma torno a casa con voglia di polpette

faccio le polpette

brucio le polpette

una specie di intervento del super-io eticamente mi impedisce di cuocermi le polpette dopo la visione della carne al macello

così adesso odoro di bruciato come un pezzo di carne arrostito

e mi sento invece come gli occhi del cervo in attesa

finestre spalancate

la visione a torrente per il riflesso del lago ghiacciato la neve intorno il bianco come il corpo della protagonista

la gamba che non risponde come il braccio paralizzato del protagonista

quando dal medico mi spoglio penso sempre al modo in cui lo fanno gli altri

se sto togliendo pezzi d’abbigliamento inutili se invece c’è chi nemmeno se lo domanda e toglie tutto a prescindere dall’area di intervento del medico se invece ancora c’è una strategia comune per farlo nel modo più razionale e io non la conosco

entra la figlia del dottore – era ora di fare merenda – io a pancia in giù il piede spinto nello stomaco del fisioterapista la figlia che ride

la casa pure puzza come carne abbrustolita rimasta cruda dentro

finestre spalancate

la nonna Dina cucinava benissimo

ma le polpette fritte della nonna Dina restavano inspiegabilmente rosse

erano cotte, le mangiavi ed erano cotte

ma a guardarle ci avresti giurato che era carne cruda

 

ma si faccia ordine tornando ai punti salienti:

andata a vedere corpo e anima, titolo brutto film bello

pensato tutto il tempo a macello di ferrari

tornata con voglia di polpette

fatto polpette

bruciato polpette

a proposito di