Joyce Mansour, da Grida (Cris, 1953)

*

 

Le cieche macchinazioni delle tue mani
Sui miei seni frementi
I lenti movimenti della tua lingua paralizzata
Nelle mie orecchie patetiche
Tutta la mia bellezza annegata nei tuoi occhi senza pupille
La morte nel tuo ventre che si nutre del mio cervello
Tutto questo fa di me una strana signorina.

 

mansourjoyce2

Annunci
Joyce Mansour, da Grida (Cris, 1953)

è tornata la stagione

è tornata la stagione
del vento
che non appartiene
al normale tempo scandito
qui dove vivo
la stagione del vento è un
tempo obliquo

il vento in questa sua
buona stagione è pazzo
come un gatto in calore
si sbatte furioso sul muro
del palazzo, riesce a spifferarsi
attraverso la finestra, e ancora
brutale mi sbatte dentro
– tutte le inquietudini
rigettate limpide sul tavolo –
e non si può non si
riesce a dormire

e sempre pazzo il vento
ulula e sovrasta ogni rumore
ma dalla finestra riesco a
sentire uomini e donne
condotti dalle raffiche
come in una trance
aprono le bocche e fanno
i suoni del vento
per ululare come e con lui

il vento si fa forte
di tutte queste voci
che riesce a
muovere senza mani
col suo solo parlare
più forte al crescere
dei suoi volenti o
nolenti seguaci

sei tu forte come questo
vento
con soltanto una parola
mi hai spostata e mi
hai salvata
ed io ti seguo volente
e nolente

nel nostro tempo obliquo
a manciate
come quello del vento

 

(Elena Zuccaccia)

figura-04
(A torinói ló, Béla Tarr, 2011)
è tornata la stagione

Primi incontri – Pervye svidanija, Arsenij Tarkovskij

Dei nostri incontri ogni istante
festeggiavamo come un’epifania.
Soli nell’universo tutto.
Più ardita e lieve di un battito d’ala,
per le scale correvi
come una vertigine, conducendomi
tra cortine di umido lillà, nel tuo regno
dall’altra parte dello specchio.

Quando calava la notte, mi veniva concessa
la grazia. Si spalancavano le porte
dei santuari, e le tenebre illuminava,
chinandosi lenta, la tua nudità.
E io, destandomi, “Tu sia benedetta”,
dicevo, pur sapendo che oltraggio fosse
la mia benedizione. Tu dormivi,
e a sfiorarti le palpebre col suo violetto
a te tendeva dal tavolo il lillà,
e le tue palpebre sfiorate dal violetto dell’universo
erano quiete, e calda la tua mano.

E nel cristallo pulsavano i fiumi,
fumavano le montagne, luceva il mare.
E tu tenevi in mano la sfera di cristallo,
e tu in trono dormivi
e, Dio, tu eri mia.

Poi ti destasti e trasfigurasti
il quotidiano vocabolario umano,
le parole si riempirono del vigore
di un suono nuovo, e la parola ‘tu’
svelò il suo vero significato: re.

Nel mondo tutto fu trasfigurato,
anche le cose semplici, il catino, la brocca,
quando l’acqua ghiacciata, a strati
stava tra noi come una sentinella.

Fummo spinti chissà dove.
Davanti a noi si aprivano, come in miraggio,
città nate da un prodigio,
la menta si stendeva da sé sotto i nostri piedi,
gli uccelli ci erano compagni di viaggio,
i pesci balzavano dal fiume,
e il cielo si spalancava
ai nostri occhi,

mentre il destino seguiva i nostri passi,
come un pazzo, col rasoio in mano.

 
 
(Traduzione Mix:
Gario Zappi, Poesie scelte, Scheiwiller, Milano 1989
Donata de Bartolomeo
Andrej Tarkovskij, Lo specchio)

Primi incontri – Pervye svidanija, Arsenij Tarkovskij

[divertissement]

sulla gruccia il fantasma
di te invisibile in
camicia blu amoreggia
con le forme vagheggiate sotto
la blusa trasparente

in un posto diverso ad ogni
apertura d’anta
/ una volta abbarbicato
sul collo del vestitino
verde scollato
/ un’altra con le mani(che) a
cercare sotto la gonna
bordeaux che svolazza

chissà di questa promiscuità
che penserei
se non fossero tutti
indumenti miei
(Elena Zuccaccia)

[divertissement]