a proposito di

sono andata a vedere Corpo e anima, titolo orrendo per film molto bello (c’è da tenere però conto del fatto che l’originale ha una particella che lo rende un po’ meno banale: A teströl és a lélekröl – che pare si traduca A proposito del corpo e dell’anima)

ho pensato tutto il tempo al Macello di Ivano Ferrari

“questa folla immensa di carne cruda / apoteosi tossica dell’uomo interiore”

(che pure lungo due versi sarebbe stato un titolo ben migliore)

sono tornata a casa con la voglia di polpette

forse strano, dopo aver visto il sangue la carne squartata le ossa spezzate

una specie di istinto naturale inconscio

carne chiama carne

“Ci si confessa pestando reni di scarto / schegge d’ossa e strati di grasso. / Più liberi dopo, divoriamo / fettine di carne cruda (dei quarti più belli) / appena un po’ di sale / e tanta devozione.”

mi viene come spesso in mente Nolan e come faccia a fare film senza sangue senza carne puliti grigi finti e morti

insomma torno a casa con voglia di polpette

faccio le polpette

brucio le polpette

una specie di intervento del super-io eticamente mi impedisce di cuocermi le polpette dopo la visione della carne al macello

così adesso odoro di bruciato come un pezzo di carne arrostito

e mi sento invece come gli occhi del cervo in attesa

finestre spalancate

la visione a torrente per il riflesso del lago ghiacciato la neve intorno il bianco come il corpo della protagonista

la gamba che non risponde come il braccio paralizzato del protagonista

quando dal medico mi spoglio penso sempre al modo in cui lo fanno gli altri

se sto togliendo pezzi d’abbigliamento inutili se invece c’è chi nemmeno se lo domanda e toglie tutto a prescindere dall’area di intervento del medico se invece ancora c’è una strategia comune per farlo nel modo più razionale e io non la conosco

entra la figlia del dottore – era ora di fare merenda – io a pancia in giù il piede spinto nello stomaco del fisioterapista la figlia che ride

la casa pure puzza come carne abbrustolita rimasta cruda dentro

finestre spalancate

la nonna Dina cucinava benissimo

ma le polpette fritte della nonna Dina restavano inspiegabilmente rosse

erano cotte, le mangiavi ed erano cotte

ma a guardarle ci avresti giurato che era carne cruda

 

ma si faccia ordine tornando ai punti salienti:

andata a vedere corpo e anima, titolo brutto film bello

pensato tutto il tempo a macello di ferrari

tornata con voglia di polpette

fatto polpette

bruciato polpette

Annunci
a proposito di

Dall’altra parte dello specchio – Arsenij e Andrej Tarkovskij (da L’ORA DEL LUPO su Regina Mab)

Oggi per la rubrica L’ORA DEL LUPO su Regina Mab Arsenij e Andrej Tarkovskij. Qui.

immagine-evidenza

soli nell’universo tutto
più ardita e lieve di un battito d’ala
per le scale correvi
come una vertigine conducendomi
tra cortine di umido lillà nel tuo regno
dall’altra parte dello specchio
(…)
mentre il destino seguiva i nostri passi
come un pazzo col rasoio in mano

(da Arsenij Tarkovskij, Primi incontri)

tar100mirror.jpg
(da Andrej Tarkovskij, Lo specchio)

Dall’altra parte dello specchio – Arsenij e Andrej Tarkovskij (da L’ORA DEL LUPO su Regina Mab)

Mi sono conosciuto il doppio: Shinya Tsukamoto – Ivano Ferrari (da L’ORA DEL LUPO su Regina Mab)

Da oggi curo la rubrica L’ORA DEL LUPO per il blog Regina Mab.

La mia rubrica non è l’unica novità del blog: si è infatti appena arricchito di molte interessanti penne (e altre ancora in arrivo) che indagano la poesia, o la scrittura in generale, in tante declinazioni diverse.
Ne L’ORA DEL LUPO accosto visioni poetiche di carta a visioni poetiche cinematografiche.

Oggi parto con due dei miei preferiti: Shinya Tsukamoto e Ivano Ferrari: qui

Shinya Tsukamoto e Ivano Ferrari, entrambi qui colti in una sorta di passaggio, dalla carne alla mente, dalla materialità ad un’astrazione che porta la loro poesia a livelli altissimi.

Tsukamoto, dal corpo orrorificamente mutato di Tetsuo, l’uomo-macchina che semina terrore, si muove col tempo in acque più torbide e profonde, quelle di A Snake of June, di Vital, fino ad approdare, con Kotoko, ad un terrore tutto interiore: la carne c’è, anche qui e sempre, ma diventa banco di prova della lucidità mentale della protagonista, che vediamo infliggere al proprio corpo autolesionistiche abitudini per provare a se stessa d’essere viva, “per vedere se le è ancora concesso di vivere”.

Così Ferrari, dalla carne morente delle bestie di Macello (pubblicato da Einaudi nel 2004 – e già in gran parte nell’antologia Nuovi Poeti Italiani 4 dello stesso editore nel 1995 – ma composto da testi scritti una trentina d’anni prima), passando per La franca sostanza del degrado, giunge alla carne umana e debole de La morte moglie, dove il corpo è materia che perisce, e la materia non è tutto; c’è oltre essa una luce che intride tutto il linguaggio e ci arriva come vento dritto in faccia.

Mi sono conosciuto il doppio.jpg

Mi sono conosciuto il doppio: Shinya Tsukamoto – Ivano Ferrari (da L’ORA DEL LUPO su Regina Mab)

è tornata la stagione

è tornata la stagione
del vento
che non appartiene
al normale tempo scandito
qui dove vivo
la stagione del vento è un
tempo obliquo

il vento in questa sua
buona stagione è pazzo
come un gatto in calore
si sbatte furioso sul muro
del palazzo, riesce a spifferarsi
attraverso la finestra, e ancora
brutale mi sbatte dentro
– tutte le inquietudini
rigettate limpide sul tavolo –
e non si può non si
riesce a dormire

e sempre pazzo il vento
ulula e sovrasta ogni rumore
ma dalla finestra riesco a
sentire uomini e donne
condotti dalle raffiche
come in una trance
aprono le bocche e fanno
i suoni del vento
per ululare come e con lui

il vento si fa forte
di tutte queste voci
che riesce a
muovere senza mani
col suo solo parlare
più forte al crescere
dei suoi volenti o
nolenti seguaci

sei tu forte come questo
vento
con soltanto una parola
mi hai spostata e mi
hai salvata
ed io ti seguo volente
e nolente

nel nostro tempo obliquo
a manciate
come quello del vento

 

(Elena Zuccaccia)

figura-04
(A torinói ló, Béla Tarr, 2011)
è tornata la stagione

CARNE

*

io non ho radici

nei posti

nulla mi dice la casa
la strada il sole da un verso
piuttosto che dall’altro

non metto radici nel letto
dormo bene dappertutto
(a volte la schiena, sì, certo,
d’accordo)

io le radici le metto
nel tempo

come cane
mi struggo d’affetto
invidio il gatto
a cui basta segnare
il suo angoletto

carne senza radici
si appoggia ad altra carne
senza bisogno di terra
dove stare

carne più carne
nell’aria
a fluttuare

(Sedmikrásky, Věra Chytilová)
(Sedmikrásky, Věra Chytilová)

**

ecco com’è il corpo
che non segue più
la persona
:
frigida carne
non sente non risponde
carne bianca
neanche il sole attacca

carne che muore sotto
la pioggia
odore di carne di cane
bagnato

ride la vecchia che mi
sente parlare
e non capisce
– e ha ragione

(torna, amore
ché la tua carne
mi può salvare)

oppure no : io sto.
sotto la pioggia fino
allo scioglimento della
carne inutile

sarò. ad un punto
qualcos’altro
che sempre puzza di
cane bagnato

(A Snake of June, Tsukamoto)
(A Snake of June, Tsukamoto)

***

che cosa mi mangia
adesso qui e ogni giorno
ma adesso qui, ora
lo vorrei dire e (non) posso

non è fatta per nessuno
la mia carne
è fatta per mangiarsi da sola
qui e ora

ecco la mia carne stessa che
si mangia da sola
qui sopra questo letto
mentre tu ovunque qui non

cosa c’entri poi tu
col mio mangiarmi
me stessa da sola
: non tutto è memoria di te

non questo banchetto
allestito sul mio letto
a cui siedo e mangio
sola

(Je, tu, il, elle, Chantal Akerman)
(Je, tu, il, elle, Chantal Akerman)

(Elena Zuccaccia)
 
 
“Era carne la bocca nel sapore,
raccolta nei fianchi la fame muore.”

CARNE