Såsom i en spegel

di vedere questo
corpo nudo non
ne posso più crepare
immagino almeno
lo potessi cuocere
per dire
la carne mi piace
alla brace
certo di te bianca così
come tacchino
più che Canova
che si può fare
(potrei)
imbracarti di spago
a mo’ di involtini
mangiarti a bocconcini
fare nell’olio la
scarpetta col
pane sciapo
 
per sempre digerire

 
(Elena Zuccaccia)

 
come cut me open

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Såsom i en spegel

CARNE

*

io non ho radici

nei posti

nulla mi dice la casa
la strada il sole da un verso
piuttosto che dall’altro

non metto radici nel letto
dormo bene dappertutto
(a volte la schiena, sì, certo,
d’accordo)

io le radici le metto
nel tempo

come cane
mi struggo d’affetto
invidio il gatto
a cui basta segnare
il suo angoletto

carne senza radici
si appoggia ad altra carne
senza bisogno di terra
dove stare

carne più carne
nell’aria
a fluttuare

(Sedmikrásky, Věra Chytilová)
(Sedmikrásky, Věra Chytilová)

**

ecco com’è il corpo
che non segue più
la persona
:
frigida carne
non sente non risponde
carne bianca
neanche il sole attacca

carne che muore sotto
la pioggia
odore di carne di cane
bagnato

ride la vecchia che mi
sente parlare
e non capisce
– e ha ragione

(torna, amore
ché la tua carne
mi può salvare)

oppure no : io sto.
sotto la pioggia fino
allo scioglimento della
carne inutile

sarò. ad un punto
qualcos’altro
che sempre puzza di
cane bagnato

(A Snake of June, Tsukamoto)
(A Snake of June, Tsukamoto)

***

che cosa mi mangia
adesso qui e ogni giorno
ma adesso qui, ora
lo vorrei dire e (non) posso

non è fatta per nessuno
la mia carne
è fatta per mangiarsi da sola
qui e ora

ecco la mia carne stessa che
si mangia da sola
qui sopra questo letto
mentre tu ovunque qui non

cosa c’entri poi tu
col mio mangiarmi
me stessa da sola
: non tutto è memoria di te

non questo banchetto
allestito sul mio letto
a cui siedo e mangio
sola

(Je, tu, il, elle, Chantal Akerman)
(Je, tu, il, elle, Chantal Akerman)

(Elena Zuccaccia)
 
 
“Era carne la bocca nel sapore,
raccolta nei fianchi la fame muore.”

CARNE

the line it curves

armati di nuova pazienza
quella vecchia è
sfinita
consiglio di metterci
ai lati
restare a guardare quel
che ancora viene
unire i puntini solo
alla fine
mettendo in fila il
buono del cattivo
tempo
tutto il buono in
rettifilo
e solo poi
piegare tutto

tutto
il buono si
piega fino
ad intuirsi i piedi
inciampa, finalmente
e scopre la naturale
linearità
del rotolare

avanti e indietro
back to the start
e anche oltre
verso il resto
indietro e avanti
back and forth
per sempre

 

(Elena Zuccaccia)

the line it curves

ONE GREAT BIG CRASH-BANG

“The first time I saw Susie was at the Victoria & Albert Museum in London. When she came walking in, all the things I had obsessed over for all the years – pictures of movie stars, Jenny Agutter in the billabong, Anita Ekberg in the fountain, Ali Macgraw in her black tights, Barbara Eden, Elizabeth Montgomery and Abigail, Miss World competitions, Greta Garbo, and Jennifer Jones, and Bo Derek, and Angie Dickinson as Police Woman, Maria Falconetti and Suzi Quatro, Bolshoi ballerinas and Russian gymnasts, Wonder Woman and Barbarella, and supermodels and Page 3 girls, all the endless, impossible fantasies, the young girls at the Wangaratta pool lying on the hot concrete, Courbet’s Origin Of The World, Bataille’s bowl of milk, Jean Simmons’ nose ring, all the stuff I had heard and seen and read, advertising and Tv commercials, billboards and fashion spreads and Playmate of the Month, Caroline Jones dying in Elvis’ arms, Jackie O in mourning, Tinkerbell trapped in the drawer, Bert stone’s final Monroe photos, all the continuing never-ending drip-feed of erotic data, the great and the small, came together at that moment, collided in one great big crash-bang, and I was lost to her, and that was that.”

Nick Cave sul momento in cui ha conosciuto sua moglie Susie, da 20.000 days on Earth

ONE GREAT BIG CRASH-BANG