se scrivo ‘bicchiere’

Appunti da una conversazione con Costanza Lindi

Nel dicembre 2018 esce, per Ladolfi Editore, Cerchi e polsi di Costanza Lindi, che porta avanti il discorso, tematico e stilistico, iniziato con Accordatura della stasi (Kammer, dicembre 2017).

Già in questa raccolta compariva un percorso orizzontale, legato all’incisione (Accordatura della stasi è diviso per matrice, prototipo, tiratura, barbe, timbro a secco, posa), che terminava con un timbro che non viene fatto, una scrittura che non viene impressa.

Una crisi della scrittura che parte dalla consapevolezza dei limiti del mezzo.

La scrittura non può rappresentare: se scrivo ‘bicchiere’ non ti ho davvero messo un bicchiere tra le mani – mi dice Costanza con il candore di chi ha detto una cosa ovvia, che però va detta per prenderne coscienza.

La realtà è “concepibile, irrappresentabile” (dalla nota dell’autrice a Cerchi e polsi).

Da qui l’attenzione di Costanza per il silenzio, per il vuoto, per ciò che accade mentre non scrivo, per ciò che accade alle cose mentre noi non ci siamo.

In Accordatura della Stasi Costanza impara l’attesa, allo spazio orizzontale aggiunge la verticale del tempo, della clessidra, impara a osservarsi e a osservare.

Dall’osservarsi il nominarsi, dall’osservare il nominare.

Provando a riprendere in mano la scrittura, a farla uscire dal corpo, dal sentire.

Così in Cerchi e polsi si appella ad un altro linguaggio ancora.

Dove non può arrivare la scrittura deve arrivare l’immagin(azion)e, il simbolo, il segno.

Un linguaggio fatto di segni e simboli, di movimenti e gesti, di consistenze, per dire quello che altrimenti non si riesce a dire.

“giurai a me stessa di scrivere di tutto” (p. 11)

“da una narrativa che non esce” (p. 12)

“scrivo perché non coincide lo stesso / viziata comunque / nel disegno e nel segno” (p. 41)

“è dove non c’è parola / che mi unisco / e torno” (p. 44)

“non vorrei tacere / come te / ma riesco a scriverne solo / partendo dal fondo” (p. 45)

L’io scrivente (o immaginante) si muove come una piccola Alice tra le varie dimensioni, alla ricerca di una direzione.

Qui il percorso spaziale si fa più scientifico e geometrico (dall’adimensionalità del punto alla quarta dimensione irrappresentabile dell’ipersfera, passando per la retta, per le due dimensioni della circonferenza – cerchio di pupilla che osserva – e le tre della sfera, in un continuo tornare di forme tonde come i cerchi di fumo del Brucaliffo).

Il rapporto con il tu è solo un espediente tra cui muoversi per tentativi di concretizzare.

Le cosa passa dal corpo, dal sentire delle mani, che provano a disegnare ciò che non si riesce a scrivere.

“notizia sotto le unghie / capelli che sulle spalle piantano parole” (p.14)

“nella penuria di consistenze / in apnea masticavo caramelle dure” (p. 26)

“sei uscito presto stamattina / ora ho più spazio / e non ho più braccia” (p. 36)

“disegnavo l’abbraccio / ne coloravo la comodità” (p. 41)

“con la forbice della vista / traccio orizzonti verticali” (p. 43)

La sensazione è che questo di Costanza sia un percorso ancora aperto, una ricerca ancora non terminata, che porterà presto ad altre specie di spazi.

Partendo dal fondo:

*

È da qui che ti accarezzo

da questa sedia forse come la tua.

Faccio segni con le mani e le dita

a raccogliere ciò che

non è nel mio silenzio.

Nella mia stanza tu

non vuoi che dica nulla,

mi invade il vuoto circolare

di noi due immobili

smaniosi a distanza

della nostra arte

senza storie né scie

ma solo cerchi e polsi

e aria e pelle e silenzio.

*

Se esiste un profilo del silenzio

dalla fronte al mento

mi limitavo a tracciarlo con le dita,

annodarlo come elastico.

Nella penuria di consistenze

in apnea masticavo caramelle dure.

Attendo di essere annodata

dalla fronte al mento

proprio mentre attendo.

*

Che salti fuori dunque

il mio nome

da me.

Posso sbucciarmi

aprirmi come noce

per spogliarmi

della parola che ho dentro

e rivestirmi poi di

consistenze

che posso scrivere.

Chiudere il silenzio

che ne resta

che posso sopportare.

*

Forse le cose aspettano che le chiamiamo.

Forse ci osservano tra loro

tentando di dire

cosa senza gesto è cosa.

(da Cerchi e polsi, Costanza Lindi, Ladolfi Editore, 2018)

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se scrivo ‘bicchiere’

Intervistata da Valeria Pierini

In attesa del Talk con Elena Zuccaccia presso lo studio di Analisi Bioenergetica Perugia, il 24 gennaio 2019, abbiamo fatto alla nostra ospite qualche domanda. In questa occasione, partiremo dal suo libro ‘Ordine e mutilazione’ (Pietre Vive Editore) per approfondire il discorso sulla poesia, l’ispirazione e la progettualità in sede di scrittura. L’incontro, come tutti i nostri talk, vuole essere un momento di confronto e apertura verso il mondo dell’arte e della creatività nelle sue molteplici forme e declinazioni.
 
 
Leggendo il tuo libro, già dal titolo (‘Ordine e mutilazione’), si percepisce una forza, una forza non urlata (a me personalmente piace da matti, sembra uscito da un romanzo russo), che una volta che ci si addentra tra le sue pagine viene confermata, non solo dalla tematica, ma dalla sua musicalità, dalla sua cinica ironia. La distribuzione delle poesie, i capitoli, il prologo e l’epilogo, nonché le citazioni, creano un universo ben strutturato in cui è facile ritrovare pezzi del vissuto di ognuno ma anche rimanere sorpresi per come questi vengono distillati nelle tue poesie (‘shock di riconoscimento’, lo chiamerebbe Bruner). In fotografia e in arte si parla molto di progettualità: qual è, da scrittrice, il tuo rapporto con la progettualità, che ruolo ha avuto nella creazione di questo libro e che ruolo ha, in generale nella tua scrittura?
 
La progettualità ha avuto un ruolo fondamentale in questo libro e continua ad averlo nella mia scrittura.
Il piano, la creazione di un piccolo mondo è quel che consente – almeno questa è l’idea – all’io lirico di staccarsi dall’autore, quindi da me, e di assumere un suo senso proprio. Ciò che permette che io non parli a me stessa, che rende possibile il definirsi di quella dinamica di riconoscimento di cui tu parli.
I testi rispettano il mondo che è stato creato con la raccolta e se non vi rientrano, anche se mi sembrano buoni, li faccio fuori. Questo lavoro mi è stato possibile grazie ai mesi di editing con il mio editore, Antonio Lillo; in quel tempo e spazio ho capito di dover ragionare nell’ottica dell’idea di mondo che avevo e che avevamo insieme creato. Suppongo possa somigliare all’eliminare parti di girato, pure buone, di un film perché non funzionali al taglio che si è scelto di dare alla narrazione.
Inoltre non tutto nella raccolta ha la stessa potenza, ma tutto serve. Ci sono pezzi ‘di giunzione’ dal contenuto meno forte di altri che servono però per andare da un punto all’altro; e ci sono testi di tremenda angoscia nascosti dal gioco della rima o da altri escamotage. Mi piace giocare con la grammatica, con la punteggiatura – ma seriamente.
Ora questi stessi testi si stanno piegando al progetto di un audiolibro, un lavoro ancora diverso, che sta richiedendo un’attenzione nuova e una nuova progettualità.
Mi diverto molto.
 
 
L’arte è fatta di tributi, citazioni, a volte di furti, di ispirazioni e di modelli negativi. Nella tua scrittura, che ruolo ha il passato (personale e artistico-fascinazioni artistiche subite)? Cosa e come resta e interviene nella tua scrittura?
 
La mia scrittura è di base autobiografica; l’esperienza personale interviene in questo senso come punto di partenza. Da lì mi piace trasformare, inventare, aggiungere altro. Mi piace citacchiare, senza esagerazione. Mi serve anche questo per delineare l’idea di mondo, per fornire atmosfera e ambientazione.
Nel libro ci sono Sibilla Aleramo, Carmelo Bene e Franco Citti, Ingmar Bergman, Jean-Luc Godard, David Lynch, Antonin Artaud, Ivano Ferrari.
Leggendo Ivano Ferrari ho iniziato a scrivere. Mi piace pensarlo poeta della carne, e di quel che c’è oltre la carne: questa folla immensa di carne cruda / apoteosi tossica dell’uomo interiore. Il linguaggio è crosta della materia: si tratta di staccare ogni parola dalla carne; come sanguina il linguaggio ora / nella parola che si pianta in gola; muore sta morendo la materia / enorme ombra d’alfabeto. Mi fermo.
Di Artaud ho subito e trattenuto la fascinazione della teoria del corpo senza organi, questo immaginare un agire contro gli automatismi, nella vita e nell’arte come nel linguaggio. Sintagma, il testo che apre la raccolta, viene da lì.
I riferimenti rubati dal campo cinematografico vogliono imprimere forza visiva.
Poi ci sono influenze più sotterranee e viscerali, come ad esempio quella di Anna Maria Farabbi. Della quale faccio prima a non dire niente.
 
Per un creativo è facile, una volta confrontatosi con colleghi, anche di ambiti diversi, percepire che problematiche e punti di forza si somigliano in ogni disciplina e nel suo relativo mondo. Secondo te, di cosa c’è bisogno oggi in letteratura e, in senso più ampio, in campo culturale?
 
Non credo di poter di avere una visione così globale da capire di cosa ci sia bisogno in campo culturale. Però, pensando alla poesia, gli aspetti problematici mi sembrano sicuramente molteplici.
Intanto, siamo in un momento di sovrapproduzione, e la quantità – come nelle altre cose – rischia di inficiare la qualità. Sebbene le cause non risiedano tutte qui, anzi – ho qualche riserva nei confronti dell’autotutto, autopubblicarsi autopromuoversi autogiudicarsi. Non in senso assoluto, in senso assoluto non c’è nulla di male, ma perché questa dinamica annulla il confronto, che onestamente mi pare una cosa fondamentale.
Bisogna fidarsi di un editore (di quelli buoni, però). Di un editor di un consulente di un lettore di qualcuno. In questo senso io sono stata fortunata: Lillo è schietto, fa il suo lavoro con passione e non immette nel mercato opere in cui non crede, in cui non ha lavorato e investito. Un anno fa gli ho mandato una poesia (era in dialetto, linguaggio che non uso e non so usare, per il libro soci Pietre Vive del 2018) e lui mi ha risposto ‘Ti sei bevuta il cervello?’. Ho riso molto. Poi rileggendo la poesia a me continuava a non sembrare così cattiva. Oggi l’ho riaperta e mi pare effettivamente brutta. Ma al di là di questo, credo che un autore abbia bisogno di qualcuno che gli dica Ti sei bevuto il cervello. Non solo per ritornare sui suoi passi ma anche per accorgersi di quanto invece tenga a quella soluzione scelta, a quella frase a quel passaggio a quella parola incriminata, tanto da potersi capire, capire la sua scrittura e crescere. In accordo o meno con il suo editore. Capire che il punto d’arrivo non è la carta, non è la pubblicazione. Ma tutto un lavoro che ci deve essere prima.
Voglio ripetere, la sovrapproduzione non deriva solo e nemmeno soprattutto dalle autopubblicazioni. Ma il problema delle autopubblicazioni, che pure concorrono alla sovrapproduzione, mi pare quello che ho cercato di delineare sopra.
In secondo luogo ma non secondariamente, mi viene da pensare alla scuola. La scuola, per quanto riguarda poesia e letteratura (e le arti in generale, il cinema, la musica), mi pare guardare più che altro indietro. Letteratura e poesia sono quelle nemmeno dei morti, ma degli stramorti, difficilmente i programmi vanno oltre la prima metà del ‘900 e i singoli insegnanti, anche mossi da passione e attitudini personali, difficilmente riescono a ritagliarsi spazi e tempi di manovra.
Il collettivo Umbria Poesia prima e Umbrò Cultura ora – con cui collaboro – ha cercato e sta cercando di far arrivare poesia, letteratura e riflessioni sulla cultura in generale ai ragazzi (fruttuosa la collaborazione con il Liceo Pieralli, grazie al docente Sergio Pasquandrea, che dal principio si è fatto promotore del progetto). L’idea, tanto semplice quanto ardua, è quella di far capire ai ragazzi che i poeti sono vivi, che ci si può parlare e che possono parlare anche di cose a cui sentirsi vicini.
Legandoci a questo, noi di settepiani – lo studio editoriale che gestisco insieme a Costanza Lindi – cerchiamo di spostare la poesia dai luoghi in cui è automatico trovarla, portandola nei non luoghi, dove la sua utilità muta e raddoppia. In tal senso si sta sviluppando la collaborazione con Anna Maria Farabbi, con cui stiamo organizzando degli eventi al Sodalizio di San Martino e con cui abbiamo inoltre realizzato un laboratorio che ha portato la poesia all’aperto in punti nevralgici della città di Perugia, legando la poesia al luogo, il luogo al corpo, il corpo alla poesia. Insomma, si potrebbe parlare ancora a lungo, ma tanto ci vediamo giovedì.
 
 
I talk sono gratuiti e aperti a tutti, a conclusione di ogni incontro ci sarà un piccolo aperitivo offerto ai presenti. C’è comunque la possibilità di prenotare la propria partecipazione scrivendo a: incontridifotografia@gmail.com
 
Dove
studio di Analisi Bioenergetica Perugia: via Martiri dei Lager 58.
 
Chi
 
Responsabile organizzazione e docente corsi: Valeria Pierini, www.valeriapierini.it
Centro di Analisi Bioenergetica: http://www.centroanalisibioenergetica.com/Docenti
 
Ospite
 
Intervistata da Valeria Pierini

metto i vestitini a pois sulla punta dell’iceberg | il resto è nudo | e non ha sesso

a me piaceva Carmen Sandiego la domenica mattina
sono andata a trovare la nonna, e l’ho fatta ridere
ero vestita da Carmen
sei tutta matta ha detto il dito sulla fronte
e però bella hanno detto gli occhi in alto
skiock di baci skiock skiock
di nuovo ride, e la risata suona
nel resto muto
la risata e gli skiock
skiock di baci skiock skiock skiock

mi piaceva Carmen Sandiego la domenica mattina ma anche di più la nonna dina
era piena di vita, occhi azzurri e vispi
e la faccia da marachella che spesso mi viene detto di avere
quando si è ammalata era al mare
poi nove mesi l’hanno tenuta muta e ferma a letto
estate autunno inverno primavera

mi piaceva anche il nonno, certo
ma non si può non dire che aveva un caratteraccio
io ero la sua lumachina, ma la nonna la chiamava carogna

la nonna mi passava di nascosto dalla mano alla mano dei soldini
non perché lui non volesse darmene
ma lui aveva la logica del lavoro, la logica del merito
i soldini della domenica no

lei me li dava lo stesso, solo gli occhi a dirmi che non mi dovevo far vedere dal nonno

il nonno è morto nel 2010
e la nonna da un certo punto di vista è rinata

si volevano bene, stavano bene
ma lui è morto e lei ha iniziato a uscire con le amiche
a fare le gite
gli aperitivi

era al mare quando si è ammalata
per poi stare nove mesi ferma a letto, paralizzata la parte sinistra, muta la lingua

L mi dice che mi vede un po’ naïf
per certe dinamiche che introduco nelle relazioni amorose
L trova che io non mi accorga di quanto la tematica di genere influisca sul mio pensiero e sui miei comportamenti
io le dico che mi sento una persona non una donna, che queste dinamiche derivano da me in quanto persona in relazione all’altro in quanto persona, in conseguenza ai comportamenti dell’altro in quanto persona, non in quanto uomo
lei dice che credo sia così ma non è vero, e non mi accorgo che non è vero
per colpa della tematica di genere
che si è presa i miei pensieri e li ha sostituiti con questi facendomeli credere miei
mi dà da studiare dei libri
sulle donne sul pensiero delle donne sulle lotte delle donne
io li leggo, li sto leggendo
se mi sfidi su questo campo io accetto
figuriamoci se rifiuto di leggere i libri, di colmare l’ignoranza

li leggo e i concetti che trovo sono perfettamente introiettati dentro di me, li so, li conosco, anche non avendo mai letto nulla a riguardo – qualcosa mi stona in ogni caso, e credo sia il punto da cui si guarda

non ho letto i saggi
ma ho letto sibilla aleramo ho letto anne sexton ho letto simone de beauvoir conosco i tormenti delle donne che scrivono
che vengano dagli uomini dalle donne dai figli dai genitori dal lavoro dalla vita da dentro

nella narrativa preferisco gli uomini
il surreale il grottesco
ci avrei scommesso dice L, lo vede che non legge le donne

non ho mai letto Virginia Woolf, ammetto io mentre mi allunga il libro
mi sento presa in castagna ma subito mi autogiustifico – lo faccio sempre e non devo più farlo, dice L (a me sembrava una così bella conquista, questa di accettarmi e assecondarmi! e invece) –
non sono mai nemmeno andata oltre i primi due libri della Recherche, non ho letto Hemingway né Fitzgerald, l’elenco di ciò che non ho letto visto conosciuto sarà sempre per sempre più lungo di quello che ho incontrato, non importa se ho letto Dostoevskij e Kafka, perché non ho letto Tolstoj e Gogol’, se l’Ulisse ma non il Finnegans, e così all’infinito, e comunque non conosco la filosofia
so così poco di filosofia
poco importa, adesso devo leggere Virginia Woolf

leggo e prima di leggere penso alle donne della mia vita
e agli uomini della mia vita
a quelle e a quelli da cui ho imparato a essere donna
per simmetria o contrapposizione, come sempre nelle cose

la vedo, l’ho vista la tematica di genere
nel sentirsi dire carogna e mandare giù
nel passarmi i soldi di nascosto
nel di lui iniziare a mangiare prima che lei si fosse messa a tavola
l’ho vista, ero piccola, cos’ero, una donna?, ero, e la vedevo, e la capivo
e capivo che era un gioco di potere
anche i miei gatti facevano lo stesso
gas mangiava prima di mea
mea stava un passo indietro e aspettava
lui le lasciava poca roba, qualche crocchetta
lei aspettava.
mea era fiera, decisa, ma aspettava
cosa voleva dire e perché lo faceva
era un gioco di potere
sì, mea aspettava perché dei due era la femmina
mea cacciava perché dei due era la femmina
ma mentre aspettava non sembrava senza potere
possiamo giurare che non si sia mangiata un topo, da sola, tutto intero, prima di portarne un altro a gas?
un altro di cui gas avrebbe mangiato la gran parte, lasciandole poco più che due pelucchi
non sapendo che lei si sarebbe saziata di un topo intero e due pelucchi, nonché della soddisfazione di averlo cacciato
mentre lui solo di tre quarti di topo?
mea aspettava. ma aveva tutta la faccia di quella che si era già assicurata un topo

l’ho vista, la tematica di genere, come la chiama L,
anche in mia madre, in alcuni litigi familiari
io mi arrabbiavo per lei
combattevo per lei le battaglie con mio padre
perché lei non si facesse dire certe cose – cose che si dicono mentre si litiga, e mio padre è figlio di mia nonna, ma comunque anche di mio nonno, quello di cui sopra –
e lei che mi diceva ma lascia perdere e se ne andava in un’altra stanza lasciandoci a discutere
e io non capivo e le liti duravano ore e alla fine avevamo colpa e torto tutti e due
il servizio due piatti in meno
io e mio padre le corde vocali stanche
e il resto del mondo restava uguale

poi c’era la nonna maria, e il nonno elio che non la mandava nemmeno ad aprire la porta, che la aiutava a stendere le tagliatelle, spazzava a terra
ma quella è anche fortuna, perché mi sa che nel mucchio c’è più robaccia, femmina o maschio che sia, che roba buona

la vedo, la tematica, lei, è femmina?, quando le persone, le donne, anche loro, le femmine, si fermano alla faccia da bimbetta e ai vestitini
io metto i vestitini a pois sulla punta dell’iceberg,
il resto è nudo
e non ha sesso

dalle mie donne, fortuna a parte, ho imparato una rivoluzione che mi pare quella più pericolosa,
quella interiore
della nonna passandomi i soldi di nascosto, di mea con la faccia di chi si è già mangiata il topo, di mia madre impermeabile a tutto
e che l’altro comandi, o creda di comandare, in questo gioco in cui non si vince niente – se non la misura di quel che è dentro
il mondo si regge sotto questa forza silenziosa

non partecipo alle manifestazioni, non l’ho deciso, non è una posizione ragionata, ma non lo faccio, non l’ho mai fatto, non mi appartiene
c’è da biasimarmi, è possibile
non sono una rivoluzionaria, forse dal momento dei piatti rotti e il mondo rimasto uguale
non per rassegnazione
ma perché il gioco delle parti mi pare interscambiabile, e il nodo per cui si combatte così sfocato
il relazionarsi è tutto un pieni e vuoti, un muoversi entro spazi di manovra
io mi faccio vuoto da riempire se l’altro è pieno e straripa,
mi faccio madre se l’altro è piccolo e ne ha bisogno, mi prendo spazio con voce e fermezza se l’altro è indeciso e me lo lascia, per poi ridarglielo, se mi va o se non mi pare giusto essermelo presa
e sono sempre io, e sono una persona, e così è l’altro, ed è uomo ed è donna, e mi sento in questo molto umana, e così è l’altro
il giusto mi pare oscillare da una parte all’altra, così umanamente e imperfettamente
e con questo sia chiaro non nego la storia, le prevaricazioni, la mancanza di diritti
i diritti che ancora non sono uguali, cosa che dovrebbe essere la base di ogni ragionamento civile,
ma ben oltre la donna e l’uomo

anche qui è il punto da cui si guarda a farmi sentire comunque e sempre qualcosa che stona e che stride
il punto è la persona, non può essere altro

non l’uomo, non la donna
tutti gli altri punti di partenza mi fanno paura
perché vedo solo una puntina di dove possono andare a finire

la mia gatta si chiama Topo, figuriamoci cosa me ne può importare degli asterisch*
non riesco, non ce la faccio
la veterinaria si rifiuta e mi dice ‘no, allora scrivo Top… ina, Topina, nello schedario metto Topina’
così Topo – che è come io chiamo le cose per cui ho affetto, come a dire, non so, Nani, Nini, quel che a ognuno viene, è Topo la gatta, è Topo Leone, il mio nipotino, che è veramente un Topo di primo livello, e la gatta lo segue in seconda fila –
così Topo nello schedario della veterinaria si chiama Topina, e non è questa la tematica di genere che dice L?

no, mi ferma L
no
prima deve leggere i libri e poi possiamo parlare, Virginia e tutto il resto
Virginia e tutto il resto
e poi?
e poi

metto i vestitini a pois sulla punta dell’iceberg | il resto è nudo | e non ha sesso

Pietre Vive al Terracina Book Festival

Ordine e mutilazione (Pietre Vive 2016), Pareidolia (Pietre Vive 2016) Nulla sanno le parole (Pietre Vive 2017), La nostra voce non si spezza (Stilo 2018)

Elena Zuccaccia, Elvio Ceci, Daniela Gentile, Antonio Lillo

Terracina Book Festival | 31 agosto – 2 settembre 2018

Pietre Vive al Terracina Book Festival

in piano sequenza l’ultima scena

in piano sequenza l’ultima
scena
la ricostruzione delle mura
domestiche
un teatrino
(tu bevi io cado)
(tu dormi io cado)
figure archetipiche
di patetiche combinazioni
(tu bevi io dormo)
(tu dormi io dormo)
 
cosa posso offrire oltre me stessa
niente di questo corpo animale
di tua fantasia è bastato niente
nemmeno delle parole
mi stendo in un canto senza suono
il silenzio assoluto della sirena
mentre fingi di sentire il canto
l’eco nel vuoto ripete solo te
stesso

tu salvo e io tornata mostruosa
non ho più desiderio di sedurre non
ho più desiderio

qualche ultima smania
d’affetto senza parole
prima dello stacco

 
(elena zuccaccia)

in piano sequenza l’ultima scena

Ordine e mutilazione al Teatro degli Angeli

lunedì 29 gennaio 2018

al Teatro degli Angeli di Bologna per la rassegna “Si fa presto a dire poeti”, organizzata da Alessandro Dall’Olio

con Gaia Ginevra Giorgi

 

lascio la mia copia da battaglia di Ordine e mutilazione nelle ottime mani di Ginevra

e mi porto a casa i suoi versi tarkovskijani

“il rintocco delle campane

dalla cima turchese

scendeva sui nostri corpi

come una sentenza”

(da “Manovre Segrete, Interno Poesia 2017)

Ordine e mutilazione al Teatro degli Angeli