Mi sono conosciuto il doppio: Shinya Tsukamoto – Ivano Ferrari (da L’ORA DEL LUPO su Regina Mab)

Da oggi curo la rubrica L’ORA DEL LUPO per il blog Regina Mab.

La mia rubrica non è l’unica novità del blog: si è infatti appena arricchito di molte interessanti penne (e altre ancora in arrivo) che indagano la poesia, o la scrittura in generale, in tante declinazioni diverse.
Ne L’ORA DEL LUPO accosto visioni poetiche di carta a visioni poetiche cinematografiche.

Oggi parto con due dei miei preferiti: Shinya Tsukamoto e Ivano Ferrari: qui

Shinya Tsukamoto e Ivano Ferrari, entrambi qui colti in una sorta di passaggio, dalla carne alla mente, dalla materialità ad un’astrazione che porta la loro poesia a livelli altissimi.

Tsukamoto, dal corpo orrorificamente mutato di Tetsuo, l’uomo-macchina che semina terrore, si muove col tempo in acque più torbide e profonde, quelle di A Snake of June, di Vital, fino ad approdare, con Kotoko, ad un terrore tutto interiore: la carne c’è, anche qui e sempre, ma diventa banco di prova della lucidità mentale della protagonista, che vediamo infliggere al proprio corpo autolesionistiche abitudini per provare a se stessa d’essere viva, “per vedere se le è ancora concesso di vivere”.

Così Ferrari, dalla carne morente delle bestie di Macello (pubblicato da Einaudi nel 2004 – e già in gran parte nell’antologia Nuovi Poeti Italiani 4 dello stesso editore nel 1995 – ma composto da testi scritti una trentina d’anni prima), passando per La franca sostanza del degrado, giunge alla carne umana e debole de La morte moglie, dove il corpo è materia che perisce, e la materia non è tutto; c’è oltre essa una luce che intride tutto il linguaggio e ci arriva come vento dritto in faccia.

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Mi sono conosciuto il doppio: Shinya Tsukamoto – Ivano Ferrari (da L’ORA DEL LUPO su Regina Mab)

CARNE

*

io non ho radici

nei posti

nulla mi dice la casa
la strada il sole da un verso
piuttosto che dall’altro

non metto radici nel letto
dormo bene dappertutto
(a volte la schiena, sì, certo,
d’accordo)

io le radici le metto
nel tempo

come cane
mi struggo d’affetto
invidio il gatto
a cui basta segnare
il suo angoletto

carne senza radici
si appoggia ad altra carne
senza bisogno di terra
dove stare

carne più carne
nell’aria
a fluttuare

(Sedmikrásky, Věra Chytilová)
(Sedmikrásky, Věra Chytilová)

**

ecco com’è il corpo
che non segue più
la persona
:
frigida carne
non sente non risponde
carne bianca
neanche il sole attacca

carne che muore sotto
la pioggia
odore di carne di cane
bagnato

ride la vecchia che mi
sente parlare
e non capisce
– e ha ragione

(torna, amore
ché la tua carne
mi può salvare)

oppure no : io sto.
sotto la pioggia fino
allo scioglimento della
carne inutile

sarò. ad un punto
qualcos’altro
che sempre puzza di
cane bagnato

(A Snake of June, Tsukamoto)
(A Snake of June, Tsukamoto)

***

che cosa mi mangia
adesso qui e ogni giorno
ma adesso qui, ora
lo vorrei dire e (non) posso

non è fatta per nessuno
la mia carne
è fatta per mangiarsi da sola
qui e ora

ecco la mia carne stessa che
si mangia da sola
qui sopra questo letto
mentre tu ovunque qui non

cosa c’entri poi tu
col mio mangiarmi
me stessa da sola
: non tutto è memoria di te

non questo banchetto
allestito sul mio letto
a cui siedo e mangio
sola

(Je, tu, il, elle, Chantal Akerman)
(Je, tu, il, elle, Chantal Akerman)

(Elena Zuccaccia)
 
 
“Era carne la bocca nel sapore,
raccolta nei fianchi la fame muore.”

CARNE